LE DIVERSE FACCE DEI SENTIMENTI NATURALI

Intervista ad Alberto Grollo di Andrea Carpi

Dotato della stessa carica umana ed energia da vendere che spesso riconosciamo in altri amici medici e musicisti o chitarristi, primo fra tutti Giovanni Pelosi, Alberto Grollo è stato da sempre l'anima organizzativa — accanto a Marino Vignali e ai più stretti collaboratori della ADGPA Italiana, l'associazione dedicata a Chet Atkins e Marcel Dadi — del Guitar International RendezVous, il festival che tra Cison di Valmarino, Conegliano e Pieve di Soligo ospita e accompagna da nove anni le Convention dell'associazione. Tuttavia Grollo è un chitarrista anomalo, nell'ottica che sembrerebbe prevalere tra i 'fanatici' del chitarrismo solista fingerstyle: negli anni di maggiore fortuna della musica new age, è stato uno degli esponenti di maggiore spicco di questo genere musicale in Italia; e nei suoi numerosi dischi il suo fingerstyle discreto, e le sue composizioni votate perlopiù al rilassamento e al benessere psicofisico degli ascoltatori, non sono pensati per un progetto di chitarra sola, ma si pongono come catalizzatori per la collaborazione di altri musicisti, all'interno di un progetto d'insieme con accenti di musica ambient e di elettronica. 

 

Da questo punto di vista è particolarmente emblematica l'avventura vissuta con la sua ultima fatica discografica, che Alberto così descrive nel suo sito: «Dopo una trentina di album prodotti da solo o in buona compagnia, posso dire che anch'io per anni ho tenuto in un mio 'cassetto' personale una serie di musiche nate durante la visita (o nel ricordo) di alcuni frai più grandi prodigi della Natura: i Parchi Naturali Americani. Ma come spesso accade, ciò che ritieni la cosa più bella che hai non ha i requisiti per 'piacere', nel mio caso al cosiddetto music business, perché troppo poco commerciali. La decisione di dare a questi brani una veste diversa è scaturita un po' alla volta, su stimolo della casa discografica Oreade, con cui lavoro da anni e che (bontà sua) esporta la mia musica in tutto il pianeta. Nasce così Natural Feelings, caratterizzato dalle atmosfere soffuse tipiche della musica ambient, a cui ho voluto accostare il progetto parallelo delle mie versioni originali, più energico, in edizione limitata, chiamato a sua volta Natural Rocky Feelings.» 

 

Alberto, nel tuo sito parli di questo progetto come di un sogno nel cassetto tenuto da parte per alcuni anni: come si è sviluppata l'idea di questo concept album, se così possiamo chiamarlo? Che bello, innanzitutto, sentir parlare di concept album, un termine che ci riporta agli insostituibili e intramontabili anni '70, senza i quali la musica di adesso non sarebbe la stessa e dopo i quali non è successo quasi più niente di evolutivo o significativo. Mi vengono in mente i Jethro Tull, i Traffic, le Orme... Era un periodo in cui la singola canzone non aveva senso di esistere se non inserita in un contesto particolare, una storia che occupava tutto l'album, che ascoltavamo avidamente negli `ellepì'... Epoche in cui noi cinquantenni di adesso, per non dire quasi sessantenni, avidi lettori della `bibbia' Ciao 2001 venivamo a scoprire che a breve sarebbe uscito l'ultimo album del tale artista e cominciavamo subito a raggranellare qualche piccola mancia per poter comprare l'oggetto del desiderio. Venendo a noi, ti dirò che l'idea iniziale di fare qualcosa dedicato ai Parchi Naturali Americani mi è venuta stando là, in uno dei miei viaggi di lavoro in cui ho sempre cercato di ritagliarmi un po' di tempo libero per immergermi in questi prodigi della natura. Le sensazioni di essere davanti ai monoliti della Monument Valley o dentro le creste argillose di Antelope Canyon, rimodellate dalle piene del fiume che lo attraversa, sono difficilmente descrivibili se non con il termine 'stupore' o forse 'estasi'. Sono comunque sensazioni molto personali, che a me hanno subito stimolato una grossa creatività, una intensa ispirazione. Sono inoltre convinto che ognuno di noi abbia qualche 'sogno nel cassetto', siano essi piccole opere letterarie tipo poesie o novelle, semplici schizzi o quadri interi, canzoni o... sinfonie. 

 

E le due diverse versioni? I pezzi, gli arrangiamenti e le registrazioni hanno avuto un divenire molto libero, senza tenere conto di ciò che poi ne avrei fatto. Quindi una serie di brani senza un filone stilistico troppo definito, con fingerstyle, ambient, un pizzico di country rock, blues, jazz. Lavorando però da anni con la Oreade, una casa discografica olandese che stampa e commercializza in tutto il mondo musica ambient, mi sono ritrovato una solenne 'bocciatura', in quanto tutte le batterie, le chitarre elettriche, spesso distorte, sono state mal tollerate dai manager della label. Mi è stato chiesto quindi di rendere il tutto molto più `ambient', appunto, togliendo tutto ciò che sapeva di `rocchettaro'... Dopo un primo momento di smarrimento, devo dire che la cosa mi ha stimolato moltissimo, perché mi ha dato la possibilità di sperimentare me stesso e le mie capacità nel togliere, sostituire, riarrangiare, dare un senso diverso ai brani senza stravolgerli del tutto. Devo dire che è sempre stato un mio pallino quello di ascoltare le alternate takes, cioè versioni diverse dello stesso brano. Era una cosa che succedeva molto spesso prima dell'era digitale, in cui il 'taglia e cuci' è di una semplicità disarmante: una volta invece i gruppi, per poter scegliere la versione migliore di un pezzo, dovevano suonarne veramente tante, anche una trentina; vedi ad esempio Bob Dylan ed i Beatles, a causa della maniacale puntigliosità di Paul McCartney. Una volta ricevuto il benestare della casa discografica alla nuova versione, mi sono comunque ritrovato un altro disco, cioè quello originale, che ho stampato con l'amico Andrea Del Favero, direttore artistico di Folkest. 

 

Cominciamo dal disco più 'ufficiale', Natural Feelings: colpisce che in meno della metà delle composizioni è in primo piano la tua chitarra acustica in una parte completa di fingerstyle, comunque sempre circondata da un ben presente contorno di carattere ambient ed elettronico; altrove la parte in fingerstyle è sostituita da arpeggi di acustica a sostenere un'altra acustica solista a note singole, o dalla sola parte a note singole. Che ruolo ha la chitarra nel tuo modo di concepire, comporre e arrangiare questi pezzi? La chitarra è sicuramente lo strumento principale, quello che conosco meglio, amo e suono sempre dal vivo; ma nella costruzione dei miei brani non lo ritengo certo l'unico. Ho la fortuna di poter registrare i miei album in un piccolo studio casalingo, dove ho tutto il tempo di mettere giù le idee, aggiustarle e poco alla volta dar loro la dimensione di 'canzone', o brano che dir si voglia. Questo qualche volta vuol dire usare un metronomo, che credo limiti la creatività, anche se molto comodo per gli arrangiamenti. In genere questo succede se hai intenzione di inserire batteria, basso ed altri strumenti... in tal caso la prima registrazione di chitarra serve come traccia per gli strumenti ritmici. Per quanto riguarda l'uso della chitarra, non ho nessun metodo particolare, nel senso che posso eseguirci tutta la struttura del pezzo, oppure fare la parte armonica con il fingerstyle e aggiungere una melodia o sovrapporre un numero di arpeggi, tanti quanto bastino. Come ho avuto spesso modo di dirti, difficilmente sopporto di fare o ascoltare più brani di sola chitarra. 

 

Puoi parlare dei musicisti che ti hanno accompagnato in questo disco? Come sono stati costruiti gli arrangiamenti? In parte ti ho già risposto parlandoti della parte ritmica. Ripeto, quasi sempre so già se un pezzo creato rimarrà tale o verrà arrangiato, quindi le strade sono due: se rimarrà scarno, eventualmente con qualche percussione e un giro di basso, lo registro libero, senza metronomo, mentre se lo arrangerò lo metto sotto metronomo e in griglia. Ovvio che usare il ProTools facilita immensamente tutti questi procedimenti e tutto risulta più facile e intuitivo, anche per un imbranato come me. Poi comincia la processione — graditissima — degli amici, che allettati del mio prosecco DOCG frizzante e fresco vengono a darmi una mano, a cominciare dai carissimi amici tastieristi Capitanata, per i pezzi ambient, e Piero Brovazzo per tutti gli altri. La persona più disorientata è mia moglie che si trova, spesso all'ultimo minuto, qualche personaggio per casa, per il quale abbastanza volentieri prepara qualche buon manicaretto... Finora non mi ha cacciato di casa, ma è bene, visto il suo caratterino poco malleabile, che io non esageri con violiniste, flautiste e vocalist donne... 

In Natura! Rocky Feelings si aggiungono quattro chitarristi: due elettrici, Gae Manfredini e Massimo Zemolin, e due acustici, Pietro Nobile e Riccardo Zappa. Chiaro e molto caratterizzante è il contributo degli elettrici; riconoscibili gli interventi di Zappa; meno evidente la presenza di Nobile. L'amico Pietro ha fatto un intervento breve ma intenso nell'introduzione del brano "Fly upon the Rockies" di Natura! Rocky Feelings. Ma tutti gli altri hanno dato una 'smossa' indispensabile ai miei brani, facendoli decollare letteralmente. Tutti splendidi chitarristi con le loro fisionomie stilistiche che hanno aggiunto delle perle per me indimenticabili. 

 

In coda a Natural Rocky Feelings si trovano tre ghost track, che potrebbero apparire quasi come i pezzi più chitarristici dell'intero lavoro: te lo spieghi in qualche modo? Ho sempre amato le ghost track! Sono uno scherzo, un regalo, qualcosa che fa sobbalzare il malcapitato che pensa di aver terminato l'ascolto del disco, ma si ritrova dopo qualche secondo o talvolta dopo qualche minuto una sorpresa... uno o più pezzi fantasma. I tre brani che ho voluto inserire sono quelli più chitarristici, come giustamente hai fatto notare. Perché? Non ne ho la minima idea... forse perché siamo alla fine del disco ed è bene non 'caricare' l'ascoltatore di pezzi troppo pesantemente arrangiati, o forse perché quelli a cui sono più legato appaiono prima. Sono pezzi che faccio spesso dal vivo e che potrebbero entrare in un disco live, cosa che nonostante la mia mastodontica discografia non ho ancora mai affrontato. 

 

Puoi parlarci delle chitarre che hai usato in questo lavoro, McPherson e Alhambra? Ho notato in particolare una presenza quasi maggioritaria delle corde di nylon. Sto insieme con questa americana `formosetta' da non so neanch'io quanti anni, forse dodici o quindici... La trovo sempre stupenda, non sono ancora riuscito a trovarne una più bella, con migliori 'prestazioni', quindi devo dire che la nostra intesa è ottima, come se fosse il primo giorno... Il bello è che con il passare del tempo migliora, niente rughe e cellulite, sempre disponibile, immune da cicli ormonali e sbalzi di umore! Ha solo un difettino: è un po' corposetta' e specie quando la porto in giro ben vestita, con il fodero della casa, è decisamente sovrappeso! Scherzo, ovviamente, ma tutto serve per dirti che me la sento proprio mia. Ho sempre poco apprezzato le frequenze alte del piezo e devo dire che la mia McPherson è perfetta, calda al punto giusto. Ahimè ogni tanto mi tocca tradirla, quasi mai con un'altra acustica, ma con l'Alhambra 6P CWE2, che finalmente posso dire di aver trovato e apprezzato dopo tanto peregrinare fra 'attrezzi' con corde di nylon. Non avendo una preparazione classica preferisco usare una chitarra che si avvicini il più possibile ad una acustica, specie a livello di manico. Il suono è bello corposo, quasi da flamenco, e dimostra dalla voce più anni di quelli che ha. L'ho usata molto specie nel disco ambient, per i suoi toni caldi ma decisi. Da sempre poi uso corde Dogal .012/.053 per la McPherson e Medium per I'Alhambra. 

 

Avviandoci a una conclusione, quali sono le due anime che Alberto Grollo ha espresso in questi due album, e come convivono tra loro? Sono in qualche modo riconducibili rispettivamente alla tua dimensione di medico e di chitarristamusicista? Penso di sì, anche perché mi ritengo un po' il `papà' delle sperimentazioni nell'applicazione della musica alla chirurgia in generale e all'odontoiatria in particolare. Da più di trent'anni porto avanti questi test, fatti in reparti ospedalieri e universitari, e vedo che l'interesse è sempre vivo, apprestandomi proprio in questo periodo a iniziare una collaborazione con l'Università di Bari. La mia musica, specie quella ambient, viene usata o è stata usata in passato al Gemelli di Roma, al Gaslini di Genova e in molte altre strutture pubbliche e private. Non è un mistero che la musica non agisca più solo a livello psicologico, cioè emotivo, ma anche a livello propriamente fisico, stimolando o inibendo la produzione di certi ormoni. Questi sono le endorfine e la dopamina per il rilassamento, ma anche il cortisolo e l'adrenalina per le musiche eccitanti. Naturalmente, in tutti questi anni, è ovvio che io non ho fatto solo musica rilassante — felicemente definita «addormentante» da un assessore alla cultura che presentava un mio concerto — ma mi diverto con tutto ciò che può essere fatto con quello che suono, cioè chitarra e tastiere e programmazione di computer, e che ovviamente sono capace di fare. Se a qualcuno interessano i risultati di questi test sul rilassamento, consiglio di andare sul mio sito www.albertogrollo.com e cliccare "Music in Medicine" sulla colonna di sinistra. 

 

In un'intervista su Chitarre del luglio 2007 dichiaravi: «Penso che non farò mai un disco di sola chitarra, perché se non diverte me come posso pretendere che piaccia ad un pubblico? Non amo i dischi di sola chitarra neanche se fatti dai grandi: mi è capitato spesso di entusiasmarmi a un concerto, comprare il disco e rimanerne deluso.» Come si colloca allora Alberto Grollo nel nostro mondo della chitarra acustica, che pure frequenta assiduamente da parecchi anni, essendo tra l'altro con la ADGPA una delle principali anime organizzative del Guitar International RendezVous? Sì, ti confermo che ancora oggi compro dischi dopo concerti di chitarristi, o ne ascolto molti di quelli che mi vengono regalati da chitarristi che vengono al mio Guitar International RendezVous: più che rimanere deluso, mi stufo e non sempre arrivo alla fine. Tempo fa quasi mi sentivo in colpa, ma cosa ci posso fare? Ti faccio un esempio di ciò che amo ascoltare: le colonne sonore di Mark Knopfler — grazie, dirai... — dove oltre a una linea melodica sopraffina sento anche arrangiamenti belli, curati, spesso tendenti al celtico... Per quanto riguarda il Guitar International RendezVous, ti posso dire che nel 2015 taglieremo il traguardo della decima edizione, e la soddisfazione di aver creato insieme a Marino Vignali qualcosa di importante è veramente gratificante. Chiaro che vorresti fare sempre di più e di meglio, ma sappiamo bene che sono tempi duri, in cui dobbiamo contare su budget veramente risicati. E ti assicuro che con ciò che abbiamo a disposizione facciamo letteralmente miracoli!! Lavorare con Marino è sempre piacevole: la sua carica, la sua positività sono veramente contagiose, ormai non abbiamo bisogno di tante parole per capirci e mai fino adesso abbiamo avuto motivi di tensioni. Ognuno di noi ha le sue mansioni specifiche e grazie anche ai soci operativi — Stefano, Sandro, Luigi, Massimo, Alberto, Elena, Mauro, Ghio — tutto è sempre filato liscio. Per quanto riguarda la mia collocazione chitarristica cosa ti posso dire? Che quando sento gli altri ho sempre l'impressione che siano tutti più bravi di me — e spesso ci azzecco... — ma se alla soglia dei sessant'anni, che compirò fra due, faccio ancora un bel po' di concerti e vendo dischi, forse proprio una scamorza non sono diventato! Da diverso tempo collaboro con un quartetto d'archi formato da cinque belle figliole, il Five String Quartet; sì, quartetto di cinque, perché una alterna il violino alla sua bellissima voce. Con queste belle signorine dall'impostazione indubbiamente classica facciamo Pink Floyd e Led Zeppelin, Cohen e Beatles, Green Day e Loreena McKennitt, ma anche Piovani, Paoli, Battisti e molto altro. Facciamo anche diverse cose mie, comprese due piccole 'sinfonie' che mi sono state commissionate dall'UNESCO e che ho composto per le Dolomiti e Venezia, luoghi che ho la fortuna di conoscere molto bene, avendoli a un'ora da casa. Il fatto che mi entusiasma di questa collaborazione è che le partiture le preparo tutte io, nota per nota, e mi affascina sentire quando tutte le singole voci suonano insieme, se e quando il risultato d'insieme fa venire la classica 'pelle d'oca'. Ovviamente non succede sempre, ma quando ci siamo, devo dirti che sono per me le più belle soddisfazioni musicali che abbia mai provato.